La vita di Gigi Ghirotti

Gigi Ghirotti - La vita

Acuto osservatore della realtà italiana del dopoguerra, soprattutto degli anni del cosiddetto boom economico, aveva indagato, firmato servizi, scritto libri, su personaggi e temi fra i più diversi.

Gigi Ghirotti - La vita

Il 17 luglio 1974, moriva a Vicenza, sua città, Gigi Ghirotti. Stroncato da quello che allora, quasi facesse paura anche solo il chiamarlo per nome, si preferiva evocare come “il male del secolo”. Per lui, un linfogranuloma maligno, altrimenti detto
morbo di Hodgkin. Una malattia neoplastica che aggredisce il sistema linfatico. Un cancro.

Quando morì, non aveva ancora compiuto 54 anni (era nato il 10 dicembre 1920) e, per tutta la vita, non aveva fatto che un mestiere: il giornalista.

Era l’ultimo di nove figli. Interrotti, per lo scoppio della guerra, gli studi classici, arruolatosi come volontario negli Alpini, aggregatosi, nel settembre del ’43, alle formazioni partigiane, era entrato, nel 1945, a “Il Giornale di Vicenza”, per passare a “La Stampa” (1950-1958), quindi a “L’Europeo” (1958-1960), poi ancora a “La Stampa” (1960-1974).

Acuto osservatore della realtà italiana del dopoguerra, soprattutto degli anni del cosiddetto boom economico, aveva indagato, firmato servizi, scritto libri, su personaggi e temi fra i più diversi.
Dall’intervista, uscita su “La Stampa” il 24 maggio 1950, al generale Battisti, comandante della Cuneense, appena rientrato dalla Russia dopo otto anni di prigionia, ai pezzi spiritosi e brillanti che – erano gli anni di “Lascia o raddoppia?” e dei primi Festival di Sanremo – confezionava in veste di inviato al seguito di Mike Bongiorno e di Nilla Pizzi (e che non dovevano proprio essere il suo genere, se, come ricorda l’amico e collega Giorgio Calcagno, “partiva mugugnando, con improperi che il direttore intuiva ma fingeva di ignorare”). Dagli incontri con De Gasperi in Valsugana e con Eisenhower a Udine, ai resoconti (“La Stampa”, 1964) sul delitto del “bitter avvelenato”, con il dottor Renzo Ferrari, veterinario di Barengo, inquisito di aver avvelenato il signor Tino Allevi, marito della sua amante, con un bitter fattogli recapitare a casa. Dall’incontro-scontro con don Lorenzo Milani, fondatore della scuola di Barbiana, nel Mugello, e ispiratore di una radicale critica alla tradizionale cultura scolastica e al suo classismo, che emarginava il mondo popolare e contadino (“Comunità”, 1967), all’intervista, apparsa su “La Stampa” il 17 gennaio 1970, al “marxista” Gianni Morandi.

Fino alle inchieste sulla giustizia, sulla mafia, sul banditismo sardo, sui grandi fenomeni civili e sociali del tempo. Che si tradussero in altrettanti libri: “Il magistrato” (1963, rifacimento di una prima edizione del ’59), sulla condizione del giudice in Italia; “Italia mia benché” (1963), sugli anni del miracolo economico e della corsa al benessere; “Da Olimpia a casa mia. 3.000 anni di cronache sportive” (1964), originale raccolta di scritti sul tema dello sport, di autori delle più svariate epoche: da Omero a Umberto Saba, da Senofonte a Italo Calvino, da Ernest Hemingway a Oriana Fallaci; “Mitra e Sardegna. Guida documentata per continuare impuniti il sequestro di persona” (1968), sul fenomeno del banditismo sardo; “Rumor” (1970), biografia del concittadino e amico Mariano Rumor, allora presidente del Consiglio.

Tutto questo, e altro ancora, era Gigi Ghirotti. “Uomo di carta stampata – sono ancora parole di Giorgio Calcagno – , e soprattutto di ricerca. Poteva firmare, non apparire, secondo il miglior costume di allora. La sua natura lo portava a essere attento ai fatti della vita, a domandarsene il perché. E frugare, frugare, finché non trovava il bandolo”. Una vocazione al racconto e all’approfondimento, che andava di pari passo con la caparbietà, l’ironia e il distacco con i quali Ghirotti si poneva nei confronti della realtà – uomini o fatti che fossero – della quale era chiamato a rendere testimonianza. E che ha un solo nome: cronaca.

“Cronista attento, Ghirotti, preciso; e soprattutto libero. Giulio De Benedetti, che dal 1948 dirigeva La Stampa, fiutò presto in lui l’inviato giusto. Gli affidò vari servizi dal Veneto, e poi lo chiamò a Torino, per farlo girare in Italia. Ebbe servizi e inchieste di prim’ordine, e qualche problema di convivenza. Il giovane vicentino, tanto gentile nel tratto quanto roccioso nel temperamento, intendeva difendere, anche nei rapporti di lavoro, uno spirito di indipendenza non sempre tollerabile dal Napoleone del giornalismo. Si arrivò più volte alla rottura”. Così sempre Giorgio Calcagno, nell’introduzione a “Gigi Ghirotti nel tunnel della malattia”, del 1994. E ancora: “Di fronte alla notizia, non si accontentava mai della prima versione, voleva vedere dietro la facciata, scoprire quel tanto di inconoscibile dimenticato dai verbali, nel quale spesso consiste la realtà. Soprattutto andava verso l’interlocutore con quella carica di simpatia umana che costringeva l’altro a gettare la maschera e mostrarsi com’era”.

Curiosità? Cocciutaggine? Coraggio? Forse, più semplicemente, fu per onestà che alle dieci di una domenica sera – era il 27 maggio 1973 – quest’uomo forte e robusto, dagli occhi chiari e ridenti da veneto autentico, decise di farsi riprendere, in pigiama e vestaglia, dall’obbiettivo di una telecamera e di mostrarsi in televisione mentre, in un corridoio d’ospedale, intervistava medici e compagni di malattia. E raccontava dell’isolamento dei malati, dell’insufficienza delle strutture sanitarie, delle carenze dell’assistenza pubblica. Della paura e del dolore. Come se il malato fosse un altro. Solo che questo “altro”, quello del quale era chiamato, ancora una volta, a rendere testimonianza, questa volta era lui.

Il servizio, nato da un incontro di Ghirotti con il vecchio amico Piero Dal Moro, divenuto regista televisivo, venne trasmesso, sul secondo canale, sotto la testata “Orizzonti. L’uomo, la scienza, la tecnica”, di Giulio Macchi. La sua collocazione, a quell’ora e in quel giorno, fu non solo, come ha sottolineato Calcagno, “una scelta coraggiosa che la Rai in quegli anni aveva ancora l’intelligenza di permettersi”, ma anche una sfida difficile: contemporaneamente, sull’altra rete, c’era “La domenica sportiva”. La trasmissione fu seguita da otto milioni di italiani.

Incominciava con lo stesso “attacco” con il quale il giornalista vicentino aveva iniziato, su “La Stampa” del 26 aprile, la prima delle sue undici corrispondenze (l’ultima, “Il malato inerme”, uscì quasi un mese dopo la sua morte) da “inviato, suo malgrado, dentro il tunnel della malattia e della ospedalizzazione”, come lui stesso si definì. Un “attacco” esemplare per semplicità e stile: “Da un anno mi insegue un odore di etere, di alcool, di antibiotici, di lisoformio e questo cocktail olfattivo mi pizzica le narici, mi inzuppa le ossa, mi si è attaccato alla pelle”.

Il programma era terminato da pochi minuti, che il telefono di casa Ghirotti incominciò a squillare. Fu solo l’inizio. Il primo telegramma arrivò dal Quirinale. Era di Giovanni Leone, allora presidente della Repubblica, ammirato “per la edificante testimonianza di coraggio e di serenità”.

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