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“Il malato non sia lasciato solo” Ecco la lezione di Gigi Ghirotti

L’omaggio del centenario della nascita del giornalista de La Stampa

Da La Stampa del 31 gennaio 2020:

TORINO. Ci sono lezioni che non sfioriscono e maestri che continuano a insegnare, oltre il tempo. Alcuni – è il caso di Gigi Ghirotti, mancato dopo una lunga e dolorosa trafila di ricoveri a seguito di un linfoma di Hodgkin diagnosticato nel 1972 – con straordinaria attualità.

Veramente a Ghirotti – protagonista del convegno celebrativo del centenario della nascita organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Piemonte alla Cavallerizza Reale e moderato dal direttore del Secolo XIX Luca Ubaldeschi – il termine “maestro” non sarebbe piaciuto. Probabilmente avrebbe sorriso anche di fronte alla qualifica di «inviato nella malattia». E’ stato fino alla fine un giornalista: un giornalista in corsia, autorevole firma de La Stampa, superlativo nel testimoniare i limiti del sistema sanitario pubblico e soprattutto nel dare voce a chi non l’aveva. La voce dei malati, i malati qualunque, persi e ammutoliti nel grigiore dei reparti.

Il tutto «con una scrittura sobria, umile, precisa – ha precisato Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine -. Ha cambiato la medicina, e gli ospedali». Una lezione anche per il giornalismo dei nostri tempi. Il quale, secondo Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, «deve fare interagire figure professionali diverse dando un’informazione trasversale, che risponda alla curiosità collettiva ma resti aggrappata alla conoscenza».

Quella di Ghirotti era la Sanità degli Anni ’70. E per molti versi quella odierna, forte di una iperspecializzazione e di tecnologie sofisticate che senza la capacità di ascolto del paziente aumentano la distanza tra medico e malato. In quest’ottica, il rimando del rettore dell’Università di Torino Stefano Geuna – «L’umanizzazione è parte della Medicina, non bisogna limitarsi alla diagnosi e alla guarigione ma promuovere il benessere, anche quando si è malati» – non è stato casuale». Sulla stessa linea il dottor Oscar Bertetto, direttore Rete oncologica Piemonte e Valle d’Aosta, preoccupato dal rischio di una progressiva spersonalizzazione del malato: «Serve la conoscenza ma anche la sintesi e la capacità di ascolto. Di fronte al tumore il rischio è che l’atteggiamento schizofrenico della medicina si traduca o nell’accanimento terapeutico o nell’abbandono mentre invece l’accompagnamento e l’ascolto sono fondamentali».

Avvertimenti significativi di questi tempi, dove si fa un gran parlare di “umanizzazione dei percorsi di cura” e di “comunicazione medico-paziente”. Per questo l’eredità di Ghirotti – raccolta dalla Fondazione nazionale Gigi Ghirotti Onlus e dall’Associazione Gigi Ghirotti Torino presieduta dal professor Giorgio Palestro (www.ghirottitorino.it, IBAN per donazioni: IT18E0306909606100000117190) – è quanto mai attuale. Non era una critica al personale sanitario, quella di Ghirotti. Era la critica ad un sistema che nel complesso riduceva e ancora oggi tende a ridurre il malato ad un numero: dimentico che dietro ogni paziente c’è innanzitutto un essere umano.

Articolo La Stampa 31-01-2020

31 Gennaio 2020